Contenuto Principale












 






______________


 

L'immortale lezione del Prof. Biagi
Economia - Copia di Cronaca in evidenza
Domenica 19 Marzo 2017 14:58
altIl prof. Marco Biagi, docente e giurista all'Università di Modena, è stato ucciso martedì 19 marzo del 2002 alle 20,30 sotto casa da mano terrorista. L'attentato è stato rivendicato  dalle Brigate Rosse Comunisti Combattenti.
Nel giorno in cui si commemora (a Modena sempre meno al punto da confermare l'impressione di Biagi percepita come memoria scomoda) vengono alla mente parole e frasi profetiche che il professore (ed i suoi collaboratori più stretti, tra cui Maurizio Sacconi, allora sottosegretario al lavoro), pronunciarono prima della barbara uccisione. Parole che ne confermavano la straordinaria forza riformatrice, la visione, così come la consapevolezza di chi sa, o immagine, il prezzo che il vedere troppo avanti, può costare. 
Biagi dava fastidio perché era l'uomo ed il professore capace di parlare di possibili e nuove strade per il mercato del lavoro senza essere estremo, sintetizzando i problemi per trovare nuove soluzioni normative per il mercato del lavoro italiano, arretrato e fossilizzato rispetto agli altri paesi europei. Anche e soprattutto a causa di un sindacato altrettanto involuto e prigioniero di vecchi schemi. Per questo fu ucciso, per annullare la sua capacità di collegare i vari attori sociali e politici riformatori nella battaglia di cambiamento. La sua proposta era di garantire nuove protezioni da legare alla persona e non più al posto di lavoro, per affrontare meglio la esigenza di maggiore flessibilità in una organizzazione del lavoro fortemente mutata. 

Disse Biagi: "Il vero terreno di scontro è quello riguardante un progetto di riforma dell'intera materia, da un lato, e la difesa strenua dell'impianto attuale, dall'altro. Naturalmente, è più che lecito dissentire sulle tecniche di modernizzazione o comunque nutrire riserve in relazione alle scelte del governo. Non si comprende invece l'opposizione radicale a ritenere pressoché immodificabile l'attuale assetto del diritto al lavoro, eccependo ad ogni piè sospinto la violazione dei diritti fondamentali o attentati alla democrazia (...) Ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando anche prezzi alti alla conflittualità".