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Sei giorni lavorerai, ma il settimo giorno è in onore del Signore Dio tuo.
Opinioni - Opinioni
Martedì 17 Febbraio 2015 18:03

altIn ricordo ed omaggio allo scomparso Vescovo di Modena, Antonio Lanfranchi, riproponiamo la lettera Pastorale 'Sei giorni lavorerai, ma il settimo giorno è in onore del Signore tuo Dio. 

Introduzione
  
In ogni “inizio” c’è una solennità, una “gravità” cariche di mistero, di aspettative, di desideri da realizzare che non dovremmo mai vanificare.
Dovrebbe essere così, mi auguro che sia così, anche per l’inizio del nuovo anno pastorale.
A segnare l’inizio non c’è una nuova Lettera pastorale; saremo ancora impegnati sul tema del “lavoro e festa” .
Su questo percorso però hanno fatto irruzione eventi che non possiamo ignorare o emarginare, ma dobbiamo accogliere come espressione di quella complessità, data dalle molteplici dimensioni della vita e che è tratto caratteristico dell’epoca in cui viviamo, e che va ricondotta ad una unità nel cammino concreto della vita.
Non possiamo anzitutto ignorare il terremoto, che ha colpito in particolare la popolazione della “bassa modenese”, una catastrofe immane che ci ha portato a dire: “Nulla sarà più come prima”.
Con il Convegno pastorale del 4-5 settembre abbiamo voluto dare un segnale preciso: il terremoto non riguarda solo una parte, ma tutta la nostra Diocesi, non tocca alcuni aspetti della nostra pastorale, ma porta a ripensare in un certo senso tutta la pastorale. In altre parole ci porta a chiederci non semplicemente: “Perché ci è capitato? Perché proprio a noi?”, con la consapevolezza di non riuscire a dare risposte adeguate, ma vorremmo insieme rispondere alle domande: “Come ci viene incontro il Signore con il terremoto? Quali sono le parole cristiane da pronunciare e da vivere? Quali scelte pastorali?”
Il terremoto è “il segno dei tempi” più vicino che ci interpella profondamente.
La nostra Chiesa deve essere segnata dal grande dono dell’anno della fede, indetto da Benedetto XVI nel 50° del Concilio Vaticano II per dare rinnovato impulso alla missione della chiesa di “condurre gli uomini fuori dal deserto verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita in pienezza[1]”.
Momento “di grazia e di impegno” lo ha definito Papa Benedetto lo scorso ottobre, annunciando la Lettera apostolica Porta fidei, nella quale illustra il significato della celebrazione.
L’anno della fede si aprirà l’11 ottobre 2012 a50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962, a vent’anni dalla promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 1992, “sussidio prezioso e indispensabile” per comprendere il Concilio.
Sempre nell’ottobre prossimo (dal7 al28), Benedetto XVI ha voluto che si celebrasse un Sinodo dei Vescovi sul tema: “La nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, occasione per accompagnare, è il Papa stesso a sottolinearlo, “l’intera compagine ecclesiale a un tempo di particolare riflessione a riscoperta della fede”.
Lavoro e Festa, Terremoto, Anno della fede, Concilio Vaticano II, Catechismo della Chiesa Cattolica, Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione: a nessuno sfugge che ognuna di queste tematiche è più che sufficiente per impegnare un anno pastorale.
Tre preoccupazioni mi guidano in questa Nota pastorale. Anzitutto vorrei far cogliere il “filo conduttore” che di fatto traccia e consolida un cammino da percorrere insieme e impedisce di ridurre l’anno pastorale ad un insieme di semplici commemorazioni, di iniziative o di argomenti da affrontare. L’intenzione è quindi quella di offrire un quadro di riferimento, che porti a cogliere la connessione tra gli eventi ricordati.
Il filo conduttore è la celebrazione dell’anno della fede.
La seconda intenzione, a partire dal richiamo della centralità della fede e da una lettura pastorale del terremoto, è richiamare l’importanza di riprendere in mano i Documenti del Concilio, il Catechismo della Chiesa Cattolica, di prestare attenzione al Sinodo sull’Evangelizzazione, per risignificare l’importanza del lavoro e della festa per fare passi in avanti nell’essere Chiesa “comunione e missione”.
La terza intenzione è indicare le scelte prioritarie su cui convergere.

 
 Capitolo primo
 
 Perché un anno della fede
 
La fede è il “caso serio della vita”, è “scelta fondamentale” della persona. Essa infatti non riguarda un aspetto particolare o settoriale della vita della persona, ma abbraccia l’intera esistenza. E’ dono di Dio, che viene offerto alla libertà e alla responsabilità dell’uomo, a cui quindi l’uomo può anche chiudersi.
La quaestio fidei è tema centrale del magistero di Benedetto XVI. Egli stesso lo evidenzia: “Fin dall’inizio del mio ministero come successore di Pietro ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo[2].”
La quaestio fidei è la sfida pastorale che riguarda tutta la Chiesa, ma in particolare la Chiesa in Europa: “Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo risposta, se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione e una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci[3]”.
In Porta Fidei così scrive il Papa: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone[4].”
 
1.     Aspetti in cui si manifesta la crisi della fede
 
1.1. La crisi  è prima di tutto nell’ordine affettivo
 
La fede contiene in sé due dimensioni differenti, ma entrambe necessarie, in reciproca relazione: la dimensione razionale, intellettiva e la dimensione affettiva. La salvezza non è un fatto freddamente intellettuale. Si trasmette da persona a persona con i fatti e non solo con le parole, e si traduce in gioia, fiducia, abbandono, entusiasmo. Possiamo dire che la maturazione nel cammino di fede è anzitutto nell’ordine sacro degli affetti. Blaise Pascal afferma: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce: lo vediamo in mille cose […]. Il cuore, e non la ragione sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore […]. Conosciamo la verità non solo con la ragione ma anche con il cuore[5].”
Il Vangelo è oggi ostacolato più dagli atteggiamenti diffusi tra la gente che da esplicite posizioni filosofiche. La maggior parte di coloro che hanno abbandonato la pratica religiosa non l’ha fatto per qualche  argomento razionale contro la fede: essi si sono allontanati “perché la loro immaginazione non è stata toccata e le loro speranze non sono state risvegliate dalla loro esperienza di Chiesa[6].”
“L’uomo di oggi, in sintesi, sperimenta l’eclissi di Dio come una distanza affettiva più che intellettuale: la sua presenza o assenza non inquieta in modo significativo. Egli è caduto in oblio, estromesso dalle espressioni culturali perché in fondo percepito come irrilevante[7].”
Non sono le “opportunità” offerte che oggi mancano, queste possono essere addirittura in “eccedenza”. E’ la “passione”, è il fuoco dell’amore, che langue, è la significatività per la vita di fede delle persone che non sempre emerge.
Nelle relazioni fondamentali in famiglia, nelle relazioni all’interno dei gruppi ecclesiali, lo scambio della fede risulta difficile. Parlare di sé per un cristiano  dovrebbe voler dire parlare di Gesù Cristo, di come Lui lo ha amato, lo ha incontrato ed è vivo nella sua vita.
Un ambito in cui la fede fa fatica ad essere trasmessa da una generazione all’altra è lo spazio naturale nel quale invece la fede è sempre stata trasmessa: la famiglia. E’ vero che si chiedono ancora i sacramenti per sé e per i figli, ma ci si preoccupa poco della trasmissione della fede nell’interpretazione della vita, nella trasmissione delle “forme della vita cristiana”.
La comunicazione della fede è sempre stata vitale per la Chiesa. La missione e l’evangelizzazione sono sempre passate attraverso la comunicazione da persona a persona della propria esperienza di incontro con Gesù Cristo e con la Sua Parola.
La difficoltà della trasmissione della fede è accentuata dalla debole “esperienza” di vita di fede. E’ in atto uno “scollamento” dell’esperienza della fede dalla persona di Gesù e dal suo Vangelo, che non risulta più essere il riferimento concreto e costante per la vita di ogni giorno. Infatti, più che di fede a volte si può parlare di forme di religiosità più o meno rivestite di cristianesimo che nemmeno hanno una traduzione coerente nella vita morale.
 
1.2. Una diffusa e crescente ignoranza circa i contenuti della fede
 
In questo quadro di riferimento sta crescendo una notevole e diffusa ignoranza circa i contenuti della fede. Afferma Benedetto XVI: “Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio[8].”
I contenuti fondamentali della fede appaiono insignificanti innanzitutto perché non sono più conosciuti nella loro integrità. Spesso infatti sono recepiti attraverso i canali deformanti della comunicazione sociale o vengono filtrati dal sentire soggettivo di ciascuno, per cui se ne accettano alcuni elementi, mentre se ne rifiutano altri.
In altre parole il soggettivismo e l’individualismo sono spesso all’origine della perdita di valore del patrimonio di fede che la Chiesa è chiamata a trasmettere e che il singolo si sente in diritto di valutare se e in quale misura accettare per sé e la propria esistenza. La conseguenza è che il potere decisionale e discrezionale della singola persona e dello stesso singolo fedele circa la propria adesione ai contenuti della fede, è spesso determinato dall’ignoranza e dalla perdita del senso della oggettività della fede stessa, che rimane in balia del sentire soggettivo di ciascuno.
I sociologi della religione sottolineano la tendenza a un religioso “fluttuante”, a credenze “relative”, ad una religione “fai da te”, come se uno scegliesse al supermercato delle religioni quella che gli piace.
Si fa strada il fenomeno della soggettivizzazione della fede. Non si comprende chiaramente l’origine divina e rivelata della verità cristiana, la quale, perciò, non è accolta nella sua integralità, ma viene recepita e considerata valida solo nella misura in cui corrisponde alle vedute soggettive e alle esigenze personali e soddisfa al bisogno religioso del singolo.
 
1.3.Una visione riduttiva di Chiesa
 
Da questi brevi accenni emerge come le carenze riguardano anche la concezione della Chiesa e quindi l’ecclesialità della fede. Nella nostra visione cattolica la Chiesa è depositaria del patrimonio della fede che deve custodire fedelmente e trasmettere a tutto il mondo, ma se la Chiesa non è percepita in questa concezione, è inevitabile che, rifiutando la sua sacramentalità e la sua mediazione, si finisca anche per rifiutare alcuni contenuti di fede che trasmette e si accolga solo la valenza sociologica della Chiesa.
Ho richiamato questi tre aspetti della crisi di fede perché ci aiutano a capire e a non sottovalutare i doni che ci vengono offerti in questo anno della fede.
Prima di addentrarci nella loro presentazione, credo importante ricordare che a queste carenze o negatività deve corrispondere un percorso di fede imperniato sulle dimensioni fondamentali che la fede include. Le richiamo sinteticamente.
 
 
2. La dinamica della fede viva
 
Quando diciamo fede non parliamo di una realtà statica, ma dinamica; essa può declinare fino ad eclissarsi, fino a morire, ma può rafforzarsi, diventare sempre più viva nelle espressioni della vita della persona. San Giovanni  ci ricorda: “Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede” (1Gv 5,3). La parola vittoria richiama un combattimento che investe sia la condizione sia la durata della propria esistenza. San Pietro esorta ad essere “forti nella fede” (1Pt 5,9).
San Paolo, dopo aver svolto ampiamente e ripetutamente la sua dottrina sulla fede, specialmente nelle Lettere ai Galati e ai Romani, è preoccupato di garantire l’integrità (cfr. Gal 1,8) e la conservazione della fede, esorta a custodirne il “deposito” (1Tim 6,20) a “ravvivarla” continuamente: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te… Custodisci il bene prezioso che ti è stato affidato” (2Tim 1,14).
“La fede cresce e si fortifica. Si arricchisce col libero gioco dell’intelligenza. Si vive col libero esercizio della volontà. Si diffonde con la libera iniziativa dell’apostolato. Si nutre col ricevere liberamente i sacramenti. Si fortifica con la contemplazione di quei modelli vivi, affascinanti, trascinatori che sono i santi. Si accresce col desiderio della sua consumazione, nella vita eterna[9].”
Per rendere viva e operante la fede vanno tenute presenti sempre le sue connotazioni fondamentali, che richiamo sinteticamente.
 
2.1. La fede è anzitutto dono di Dio
 
“Non avete ancora fede?” (Mc 4,40) diceva Gesù ai suoi apostoli che avevano lasciato le reti per seguirlo ma che avevano ancora paura di essere risucchiati nel vortice del lago in tempesta.
“Avere fede”: certamente ognuno di noi si è soffermato sulla sua storia di fede, su come è arrivato ad un atto di fede più cosciente. Sarebbe bello poterci comunicare questo nostro nascere alla fede. Emergerebbero strade diverse, modalità diverse, ragioni diverse. Emergerebbe quanto sia importante l’intelligenza della fede, il “capire per credere”, ma rimarrebbe il “credere per capire”. La fede è sempre “dono di Dio”. “Per grazia siete stati salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio” (Ef. 2,8); occorre “ nascere dall’alto”, dice Gesù a Nicodemo (cfr. Gv3,3).
La rivelazione del Dio vivente va al di là di tutto ciò che può dircene la ragione. Di qui la riconoscenza e l’ascolto di Dio che parla all’uomo di sempre.
Dio ci rivela che il primo passo è sempre il suo e che la fede che Egli semina e suscita in noi con la sua grazia, chiede la nostra risposta al suo dono d’amore per noi.
L’atteggiamento da educare è dunque l’ascolto, il discernimento e l’accoglienza della Parola di Dio nella nostra vita quotidiana.
Nutrita nella preghiera, alimentata dalla parola di Dio, sostenuta dai sacramenti, la fede è una vita che si manifesta attraverso atti e comportamenti ispirati da uno spirito, lo spirito di fede.
 
2.2. La fede è incontro e conoscenza di Dio in Gesù Cristo
 
Il Dio della fede cattolica è il Dio di Gesù Cristo.
“Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?” hanno chiesto alcuni interlocutori a Gesù ed egli ha risposto con estrema limpidità: “L’opera di Dio è questa: “Credere in colui che egli ha mandato” (cfr. Gv 6,28-29). “Gesù Cristo è il cuore” dell’evangelizzazione e della fede. E’ Lui l’annuncio, la “Buona Notizia”, il Vangelo vivo e personale.
“L’evangelizzazione conterrà sempre anche come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risuscitato la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso[10].”
Ancora Paolo VI in una udienza per l’Anno della Fede del 1968 ricordava: “La fede ha il suo punto focale in Gesù Cristo; essa è un incontro, potremmo dire, personale con lui. Lui è il maestro. Lui è il vertice della rivelazione. Lui è il centro che in sé riunisce e che da sé irradia tutte le verità religiose necessarie alla nostra salvezza. Da lui assume autorità la Chiesa docente. Il lui la nostra fede trova gaudio e sicurezza, trova vita[11]”.
Credere dunque per il discepolo di Cristo significa essenzialmente credere in lui, credere nel suo Vangelo, credere che egli è l’inviato del Padre che l’ha generato, e che ci manda lui stesso lo Spirito Santo, che è morto e risorto per la nostra salvezza e che ci fa dono dei suoi sacramenti per la nostra salvezza.
L’atteggiamento da coltivare è quello della relazione profonda con Gesù Cristo, della sua sequela nella comunità ecclesiale.
 
2.3. La fede è esperienza comunitaria, cioè è esperienza di appartenenza alla Chiesa
Benedetto XVI nel Motu Proprio Porta Fidei ci ricorda: “La stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario. E’ la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede. Nella fede della Comunità cristiana ognuno riceve il Battesimo, segno efficace dell’ingresso nel popolo dei credenti per ottenere la salvezza. Come attesta il Catechismo della Chiesa cattolica: “«Io credo»; è la fede della Chiesa professata personalmente da ogni credente, soprattutto al momento del Battesimo. «Noi crediamo» è la fede della Chiesa confessata dai Vescovi riuniti in Concilio, o più generalmente, dall’assemblea liturgica dei fedeli. «Io credo»: è anche la Chiesa nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire «Io credo», «Noi crediamo»[12]”. Anche oggi c’è chi vorrebbe staccare la fede in Gesù Cristo dalla Chiesa, ma “se oggi esiste il cristianesimo è perché c’è stata e c’è una Chiesa che ha permesso la trasmissione della memoria di Gesù, la memoria della fede in Gesù[13].” Non potrei conoscere il Cristo se la Chiesa non me l’avesse comunicato; non potrei vivere nella mia fede se la Chiesa non me l’avesse trasmessa ed insegnata e non la vivificasse ed autenticasse con il magistero della sua parola e la grazia dei suoi sacramenti. Nel Simbolo niceno-costantinopolitano proclamiamo: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”. Credo nella Chiesa, credo dentro la Chiesa, credo attraverso la Chiesa, credo con la Chiesa. Tutta l’importanza della Chiesa deriva dalla sua connessione con Cristo; tutto ciò che si dice della Chiesa deve essere compreso alla luce del mistero di Cristo o della Chiesa in Cristo. La Chiesa non è una semplice società tenuta insieme da un ideale comune, ideologico, politico o culturale, o da uno scopo comune da realizzare. La Chiesa è comunione, nello stesso tempo degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro, attraverso la loro comune fede nel Cristo e la grazia dello Spirito. Il mistero della Chiesa ha origine nel mistero della Trinità e si apre a tutta l’umanità con una missione di salvezza. Il Concilio afferma: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento o e segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).
2.4. La fede è missione e dialogo rivolti a tutti
L’apostolo Giovanni scrive: “Quello che abbiamo veduto e udito l’annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,3-4).
L’agape, cioè l’amore trinitario, è la sorgente del dinamismo della Chiesa e la meta ultima della sua missione.
La vocazione missionaria è intrinseca al dono della fede e nasce da essa. E’ un’essenziale dimensione costitutiva dell’identità cristiana e della vita ecclesiale. La missione della Chiesa è unica e unitaria; è partecipata a tutti i credenti e li vincola tutti e ciascuno, sia come corpo, che come singole membra.
Nella Chiesa tutti e ciascuno sono coinvolti nella missione stessa del Cristo. Il Concilio insegna che non vi è nessun membro che non abbia parte nella missione di tutto il Corpo mistico (cfr. PO 2; LG 13, 17, 32; AG 5.6.10.35-36).
“La Chiesa non ha altra vita all’infuori di quella che le dona il suo Sposo e Signore. Difatti, proprio perché Cristo nel mistero della sua redenzione si è unito ad essa, la Chiesa deve essere saldamente unita con ciascun uomo[14].”
La Chiesa è chiamata a compiere la sua missione incarnandosi dentro gli ambiti di vita, portando in essi il fermento del Vangelo.
Il richiamo alla missionarietà deve essere costante, perché ne va della nostra identità.
In conclusione: la Chiesa trova la sua definizione nell’essere tutta relativa alla Trinità, dal cui amore è generata e sostenuta, e tutta relativa al mondo al quale è inviata.
La bellezza della Chiesa sta nell’aprirci sul mistero di Dio e nel sostenere la passione per l’uomo, dentro ad una esperienza di comunione, di fraternità. E’ questa la bellezza che genera ammirazione e amore.

 
 Capitolo secondo
 Un cammino di fede diocesano articolato e unitario
Le annotazioni fin qui fatte ci permettono di tener presente anzitutto l’anima e lo scopo di tutta l’azione pastorale, cioè la centralità della fede nella comunità ecclesiale e di crescere nelle sue dimensioni fondamentali: quella della fede vissuta che opera mediante la carità, della fede studiata e conosciuta nei suoi contenuti; della fede pregata e celebrata nella liturgia e della fede annunciata e proclamata a tutti. In quest’ottica dovremmo cogliere e a questo dovrebbe portare l’attenzione all’evento del terremoto, la prosecuzione dell’itinerario avviato sul lavoro e la festa, la ripresa dei Documenti del Concilio Vaticano II, e del Catechismo della Chiesa Cattolica e l’attenzione al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione.
1. Il terremoto come “segno dei tempi”
Sul terremoto che ha colpito una vasta zona della nostra Diocesi molto si è scritto e detto. Come ho anticipato nell’introduzione qui vogliamo riprendere l’evento dal punto di vista “pastorale”. In questo senso oserei parlare di un “segno dei tempi.” All’indomani del sisma non sono mancati quelli che Papa Giovanni XXIII aveva stigmatizzato in riferimento al Concilio come “profeti di sventura”. Vorrei ricordare a loro in particolare le parole di Gesù: “Credete che quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,4-5). Credo che le domande che dobbiamo porci non riguardano tanto: “Perché proprio a noi?” ma: “Come il Signore ci viene incontro con questo evento? Che cosa ci chiede? Che cosa chiede alla nostra Chiesa? Che cosa può dire la fede cristiana? Che scelte ci chiama a fare?” Certamente la risposta passa per una “conversione” spirituale ma anche ecclesiale e pastorale. Le profonde ferite inferte dal sisma non possono essere lenite semplicemente con la ricostruzione materiale delle case, delle fabbriche, delle scuole, delle chiese, che pure presentano il carattere di urgenza, ma richiedono aiuti relazionali, risposte a domande fondamentali, che forse si erano assopite e che si sono risvegliate. Domande di senso, di significato della vita, di riscoperta del valore dell’essere comunità. Sulle macerie provocate dal terremoto credo che abbiamo tutti visto spuntare i germogli di una vita nuova. Ne ricordo alcuni. Accanto alla constatazione della fragilità, nell’esperienza del terremoto abbiamo toccato con mano una solidarietà e una carità frutto del “cuore buono” che abita nell’uomo. E’ emerso inoltre un forte bisogno di comunicazione, di dialogo, che si è esteso anche alla comunicazione della fede nell’apertura e nell’aiuto reciproco tra gruppi di parrocchie diverse. Venuti a mancare tanti beni, è stato compreso meglio il valore grande della vita. Per me è stato motivo di consolazione e di commozione, celebrando l’Eucaristia nelle strutture provvisorie, constatare il desiderio di costruirsi come comunità  intorno alla Parola di Dio e all’Eucaristia, come il sentirsi un po’ smarriti senza campanili, che richiamassero una Presenza. Sono germi da accogliere che possono far nascere un nuovo modo di essere Chiesa.
2. Dal terremoto nuove motivazioni  per proseguire l’attuazione del programma su “lavoro e festa”
Il nostro cammino su “lavoro e festa” trae dall’evento terremoto e dall’Anno della fede nuove motivazioni, nuove conferme e nuove prospettive per essere portato avanti.
Il terremoto ci ha fatto toccare con mano ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che il lavoro è un bene indispensabile per la realizzazione della persona, per la famiglia, per la società. Dal lavoro in questo caso dipende molto anche la possibilità di ricostruire.
Come ho avuto modo di sottolineare nell’ultima Lettera Pastorale, la Chiesa è consapevole di non avere in proprio soluzioni tecniche da offrire di fronte alle situazioni  complesse in cui ci possiamo trovare, essa tuttavia sa di essere chiamata ad essere voce e forza di speranza, a vivere una condivisione e una solidarietà concreta. Per questo “la fede operante nella carità” deve portare anche ad iniziative concrete che possono contribuire a creare o a far ripartire il lavoro. Ritornando alla condivisione come stile di vita, non dobbiamo lasciare cadere quella che definirei “solidarietà orizzontale” che è emersa durante il terremoto: famiglie che ospitavano altre famiglie o che mettevano a disposizione il loro appartamento o fornivano beni di consumo per le persone che ne erano prive, parrocchie o aggregazioni che ospitavano gratuitamente gruppi di ragazzi delle zone terremotate. Il tema della gratuità, ci ricorda Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in Veritate non deve essere estraneo all’economia.
Quanto alla festa sono tante le provocazioni che ci vengono dalle zone terremotate. Ho già accennato al legame stretto tra Eucaristia e il crescere come comunità. Afferma il Concilio Vaticano II: “Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse! (LG 9). Più che di strutture, pure importanti, c’è bisogno di legami buoni che sostengano e facciano crescere, aprendo alla speranza e al futuro, più che di iniziative, pure necessarie, c’è bisogno di relazioni vitalizzanti, che trasmettano valori.
Mi permetto di richiamare alcuni pensieri che esprimevo nella mia prima Lettera Pastorale: “Va ridestata e valorizzata la valenza educativa legata alle relazioni che si vivono nei luoghi significativi dell’esperienza umana perché non perdano o acquistino di nuovo la caratteristica di mondi vitali. Mondo vitale è uno spazio, frequentato normalmente, dove si vivono relazioni vitalizzanti, non formali, relazioni di familiarità, di amicizia, di interazione reciproca. E’ in questi mondi vitali che il cammino al vero, cioè alla realizzazione della propria vita secondo il progetto di Dio, diventa esperienza. Mondo vitale sono, ad esempio, la famiglia, la parrocchia, il gruppo.[15]
“L’apostolo Giovanni descrive l’esperienza dei primi discepoli in questi termini: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1Gv 1,1-3). La comunità cristiana è fatta di gente ordinaria, che in sé non ha niente di speciale; condivide con altri un territorio, una cultura, una lingua, la vita sociale e civile. Ma queste persone sono state raggiunte da Gesù, dal suo amore, e questo evento deve tradursi in nuovo stile di vita: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13,3).[16]
E’ ciò che dovrebbe caratterizzare ogni comunità cristiana: la cordialità, fra le persone; la fraternità e la semplicità dei rapporti fra le persone e i gruppi.
Senza questo, anche i programmi più belli, le realtà strutturate e organizzate risulterebbero apparati freddi, senz’anima.
La positività delle relazioni è il terreno su cui far germogliare e portare avanti con entusiasmo le iniziative, che esprimono intelligenza operativa, capacità di esprimere cammini di fede e di carità, che mettono le persone in grado di vivere pienamente l’amore di Dio e del prossimo.
Quando la parrocchia, attraverso anche la mediazione del gruppo, è mondo vitale, i cammini formativi che in essa si mettono in atto sono in grado di portare a esprimere la fede in nuovi simboli, cioè in nuove modalità del vivere l’esperienza ecclesiale, sociale e civile.  E  di questo oggi c’è una forte domanda non solo nelle zone terremotate.
 
3. Il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II
 
Il nostro anno pastorale deve essere caratterizzato dal riprendere in mano e approfondire i testi del Concilio Vaticano II.
Benedetto XVI in Porta Fidei così si esprime: “Ho ritenuto che far iniziare l’Anno della fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II possa essere un’occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo II “non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa. Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre. Io pure intendo ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a successore di Pietro: “Se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa[17].”
Il legame tra vita di fede e Concilio è strettissimo; basterebbe leggere di Giovanni XXIII Ecclesia Christi, lumen gentium dell’11 settembre 1962 o il discorso per l’apertura della seconda sessione del 29 settembre 1963 di Paolo VI per rendersene conto. Lo stesso Paolo VI in un’udienza generale dell’Anno della fede (1967-68) affermava: “Vogliamo osservare che, se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine[18].”
Alle parole di Paolo VI aggiungo quelle di Giovanni Paolo II, allora arcivescovo di Cracovia nel X anniversario del Concilio: “Il concilio ha definito la forma di fede rispondente all’esistenza del cristiano oggi. Anche per questo l’attuazione del concilio dipende innanzitutto dall’arricchimento della fede. La realizzazione pratica del concilio avverrà soprattutto mediante la testimonianza di una fede viva e matura. La sua fecondità deve manifestarsi penetrando l’intera vita dei credenti, compresa la loro vita profana.”
4. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC)
Afferma Benedetto XVI in Porta Fidei:“La conoscenza dei contenuti di fede è essenziale per dare il proprio assenso, cioè per aderire pienamente con l’intelligenza e la volontà a quanto viene proposto dalla Chiesa […]. Per accedere a una conoscenza sistematica dei contenuti della fede, tutti possono trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica un sussidio prezioso ed indispensabile. Esso costituisce uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II. Qui, infatti, emerge la ricchezza di insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito ed offerto nei suoi duemila anni di storia[19].”
C’è dunque uno stretto rapporto tra Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa universale. Se studiamo i catechismi universali, non può sfuggirci il fatto che non ce n’è uno che non sia frutto di un concilio ecumenico. Possiamo dire che il Catechismo della Chiesa Cattolica, con il suo considerevole complesso di esposizioni dottrinali e di direttive pastorali offerte a tutta la Chiesa, vuole essere la continuazione dell’opera di rinnovamento conciliare. Lo stesso testo contiene una puntuale autopresentazione: “Questo catechismo ha lo scopo di presentare un’esposizione organica e sintetica dei contenuti essenziali e fondamentali della dottrina cattolica sia sulla fede che sulla morale, alla luce del Concilio Vaticano II e dell’insieme della Tradizione della Chiesa[20].”
“L’accento di questo catechismo è posto sull’esposizione dottrinale. Infatti, esso vuole aiutare ad approfondire la conoscenza della fede” (CCC, 23). “Il Catechismo della Chiesa Cattolica è scritto nella Costituzione Apostolica Fidei depositum “è destinato ad incoraggiare e ad aiutare la redazione di nuovi catechismi locali”. L’essere testo di riferimento si coniuga così con la necessità di ulteriori “indispensabili mediazioni” affidate ai catechismi locali.
Va notato che l’orizzonte di senso  che Giovanni Paolo II riconosce per il CCC è la nuova evangelizzazione, a cui deve tendere l’azione missionaria della Chiesa universale. Questo lo manifesta la Costituzione Apostolica Fidei Depositum, premessa al Catechismo certamente non come ornamento retorico ma come criterio ermeneutico. A conclusione del Documento Giovanni Paolo II, invocando Maria, colloca infatti in questa ottica “l’impegno catechistico dell’intera Chiesa ad ogni livello in questo tempo in cui essa è chiamata ad un nuovo sforzo di evangelizzazione.[21]
5. Il Sinodo dei Vescovi su “La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della Fede Cristiana” (7-28 ottobre 2012)
Le ultime considerazioni relative al Catechismo ci aprono naturalmente al dono e alle aspettative riposte nel Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. L’Instrumentum laboris che prepara al Sinodo è pervaso dalla drammatica domanda di Gesù: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”(Lc 18,8). L’interrogativo è ripreso nella Prefazione dal Segretario Generale del sinodo Mons. Nikola Eterovic e sorregge e accompagna tutto il testo. Esso richiama anzitutto il cammino degli ultimi anni della Chiesa intorno all’azione evangelizzatrice, per poi entrare a presentare il cuore dell’evangelizzazione: l’incontro con Gesù Cristo, per soffermarsi quindi sul significato di nuova evangelizzazione e sulle vie in cui si realizza, in riferimento agli scenari di oggi.

 
Capitolo terzo
Scelte operative di particolare rilevanza
 
Anche quest’anno per favorire la conoscenza, il coinvolgimento e la comunione  è messo a disposizione in particolare degli operatori pastorali il Calendario Pastorale, contenente le date principali delle iniziative messe in atto ai vari livelli dell’articolazione dell’Arcidiocesi per tradurre in operatività le linee pastorali. Rimando quindi al Calendario, come rimando al sussidio La Chiesadi Modena e il terremoto. Per una lettura di fede dell’evento del terremoto.
Vorrei tuttavia riprendere qui alcune dati e alcune iniziative che ritengo particolarmente significative per far crescere la dimensione più personale e quella ecclesiale della nostra fede: “Io credo … noi crediamo”.
 
 
1. Ravvivare la vocazione alla santità attraverso una vita spirituale più intensa
 
Le pagine più belle della storia della Chiesa sono quelle scritte dai santi. Quelli riconosciuti come tali dalla Chiesa e proposti alla nostra venerazione, quelli “di casa nostra”, di cui è in corso il processo di beatificazione e che speriamo presto di onorarli nella gloria degli altari, tante figure esemplari che hanno lasciato il segno nelle nostre comunità. La vita di fede, la comunione con Dio, la pietà popolare, la grande carità: sono la ricchezza delle nostre comunità ecclesiali e questa ricchezza è dovuta a coloro che hanno accolto la santità di Dio e vivono la vita santa nella storia quotidiana.
Sono i santi che dicono la bellezza della fede e fecondano la vita della Chiesa. Sono i santi i testimoni che, attraverso il fascino di un incontro umano, sanno risvegliare le domande radicali. La fede sorge e si trasmette perché c'è qualcuno capace di far scattare la domanda nel cuore dell'uomo e capace di offrire con la sua vita la risposta a questa domanda radicale.
Ricuperando le loro figure, invito ad intensificare la vita spirituale, a dare più spazio alla Parola di Dio, a promuovere per i giovani e gli adulti gli Esercizi Spirituali. Un valido aiuto può essere il Sussidio biblico-pastorale della Diocesi: “Credi tu questo? Figure della fede nel IV Vangelo”.
 
2.     Il pellegrinaggio diocesano a Roma
 
E’ ancora vivo nella memoria di tanti che hanno partecipato al pellegrinaggio diocesano in Terra Santa, l’intensa esperienza spirituale ed ecclesiale che abbiamo vissuto. In quest’anno nel quale siamo chiamati a riflettere sul dono inestimabile della fede e a rinnovare esistenzialmente il cammino di fede delle nostre comunità cristiane, vorrei invitarvi a partecipare al pellegrinaggio che la Diocesi  organizza a Roma.
Le ragioni di questa mèta sono molteplici e facilmente intuibili. A Roma è custodita la memoria dei grandi apostoli Pietro e Paolo, pietre miliari della nostra fede, luogo nel quale il successore di Pietro, il santo Padre, presiede alla carità ed è chiamato a confermare i fratelli nella fede (Lc 22,32). Roma rappresenta per ogni credente quella Chiesa Madre dalla quale è scaturita come da una sorgente viva e copiosa quella testimonianza forte e appassionata dei santi martiri che ha fecondato come linfa vitale l’intera Chiesa.
L’esperienza del pellegrinaggio a Roma ci ricorda che il nostro cammino della fede si innesta e si fonda sulla testimonianza degli Apostoli e dei martiri e di tutti coloro che non hanno avuto paura a dichiararsi amici di Cristo. Possa questa iniziativa costituire un tassello importante e significativo del nostro cammino di fede diocesano.
 
3. Incontri pubblici  sulle 4 Costituzioni del Concilio.
 
Ho richiamato le parole forti con cui Benedetto XVI ci riconsegna i Documenti del Vaticano II perché “vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero”. Rimarco le parole già citate dell’allora Mons. Karol Wojtyla “il Concilio ha definito la forma di fede rispondente all’esistenza del cristiano oggi”. Diverse iniziative sono già programmate per approfondirne la conoscenza., come evidenzia anche il Calendario Pastorale.
Una particolare attenzione mi auguro che abbiano le Conferenze sulle 4 Costituzioni fondamentali da parte dei credenti ma oso sperare anche da parte di chi non crede, ricuperando quell’amore all’uomo, ad ogni uomo, che ha pervaso tutto il Concilio e con cui si è concluso, aprendosi a tutto il mondo con i messaggi inviati al mondo, ai governi, agli uomini di pensiero e di scienza, agli artisti, alle donne ai lavoratori, ai poveri, agli ammalati, a coloro che soffrono ed infine ai giovani.
 
4. L’approfondimento del “Credo”
 
Per quanto riguarda il Catechismo della Chiesa Cattolica suggerisco di approfondire il Credo in ciascuno dei suoi articoli. Fin dalle origini la chiesa ha voluto riunire l’essenziale della sua fede in compendi organici e articolati chiamati “Professioni di fede” o anche “Simboli della fede”. La nostra tradizione ne tramanda in particolare due: il Simbolo Apostolico o Credo degli Apostoli e il Simbolo Niceno-costantinopolitano. Il CCC espone il Simbolo degli Apostoli, l’antico Simbolo battesimale della Chiesa di Roma. Il Simbolo della fede è stato fin dall’inizio del cristianesimo un segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti. Sant’Agostino esorta: “Recitate il vostro Credo tutti i giorni. Quando vi alzate al mattino, quando vi coricate alla sera, recitate il vostro simbolo, recitatelo davanti al Signore, ricordatevi il suo contenuto, non stancatevi di ripeterlo.[22]
Nelle famiglie, dove c’è ancora in uso la recita del rosario, almeno in certe circostanze, si termina con le litanie, alcune altre preghiere e il Credo: è come se la piccola chiesa domestica (la famiglia) volesse unire la sua liturgia alla grande liturgia ecclesiale, che fa recitare il Credo nel cuore della liturgia domenicale, come una commemorazione del nostro battesimo.
 
5. Rivitalizzare i Consigli Pastorali e la Consulta delle Aggregazioni Laicali
 
All’inizio dell’Anno Pastorale ci sarà il rinnovo dei Consigli Pastorali. Sono uno strumento importante a servizio della corresponsabilità di tutti alla promozione della comunione nella Chiesa e alla partecipazione alla sua missione evangelizzatrice. Attraverso il loro coinvolgimento credo che sia giunto il momento di rivitalizzare le Unità pastorali e di far passi in avanti anche in una organizzazione della pastorale più rispondente alla situazione di oggi per quanto riguarda la montagna, la collina e la città.
Ritengo importante anche proseguire nel tentativo di rivitalizzazione e di valorizzazione della Consulta delle Aggregazioni Laicali avviato lo scorso anno pastorale.
 
Conclusione
 
A conclusione di questi Orientamenti desidero ringraziare quanti si spendono generosamente in forme diverse in ogni età della vita e in ogni condizione per la loro Parrocchia, per la Diocesi, per la Chiesa universale. Sono laici, consacrati, religiosi, diaconi, presbiteri. Il loro servizio umile e generoso spesso non fa notizia, ma non è per questo meno prezioso e soprattutto non sfugge a Gesù Cristo, che si rallegra per la loro corrispondenza ai doni del suo Spirito.
Ad essi vorrei applicare le parole del Vangelo: “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nel cielo”(Lc 10,20).
Nel nostro cammino di fede, mentre la invochiamo come Madre, guardiamo a Maria, madre di Gesù ma anche sua prima discepola. Il Beato Giovanni Paolo II ci ricorda: “Se come “piena di grazia” ella è stata eternamente presente nel mistero di Cristo, mediante la fede ne divenne partecipe in tutta l’estensione del suo itinerario terreno: ‘avanzò nella peregrinazione della fede’, e al tempo stesso, in modo discreto ma diretto ed efficace, rendeva presente agli uomini il mistero di Cristo. E ancora continua a farlo. E mediante il mistero di Cristo anch’ella è presente tra gli uomini.[23]
Alla sua materna protezione e all’intercessione dei nostri Santi Patroni Geminiano e Silvestro affidiamo la nostra vita e la nostra Chiesa.
 
                                                                         + Antonio Lanfranchi
                                                                            Arcivescovo Abate
 
Modena, 8 settembre 2012
Festa della Natività della Beata Vergine Maria