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Zucchero e Pavarotti: Orgogliosi di quel 'noi disperato'
Opinioni - Opinioni
Domenica 12 Febbraio 2017 11:21
altdi Giuseppe Leonelli

'Dio vi benedica e mi perdoni'. Si è concluso così ieri sera sul palco di Sanremo un dolce e commovente spaccato di Modena e dell'Emilia. Zucchero, vestito come lo Scrooge di Dickens, ha ricordato in dialetto modenese Luciano Pavarotti prima di duettare virtualmente con lui nel capolavoro Miserere. Lo ha ricordato senza retorica come si ricorda un amico vero, ne ha ricordato la passione per il cibo, l'appisolarsi dopo il pasto e quell'essere provinciale anche al momento del ritiro del Grammy in California. E ancora: la sceneggiata di distruggere nel fuoco la cassetta con Miserere fatta ascoltare al Maestro, che lo chiamava Ciccio, per convincerlo ad accompagnarlo. Poi, dopo quelle parole mischiate sotto una tuba ottocentesca, ha cantato il suo personalissimo salmo penitenziale scritto nel momento più buio della depressione che lo ha accompagnato e che lo accompagna, come ha spiegato anche nel suo libro autobiografico.
'La sera che ho scritto Miserere stavo così male che non mi guardavo allo specchio perchè mi veniva di piangere', 'leggevo Charles Bukowski perchè stava peggio di me' - ha detto Zucchero sorridendo con i suoi occhi azzurri e piegati, davanti ai volti compassati e distanti dei due conduttori.
E subito dopo quelle parole in dialetto modenese che profumano di ricordi in bianco e nero e di casa. E così capita di essere orgogliosi della propria terra. Non solo della Ghirlandina, ma soprattutto delle proprie strade di campagna, sempre uguali a se stesse anche quando non sono avvolte dalla nebbia. Delle parole tra le bestemmie del bar e delle omelie piene di inferno del prete grasso. Delle distese di terra arata piatta e monotona e dell'acqua melmosa del Secchia. Finanche delle notti insonni e dei minuti dell'orologio in sala che sembra bloccato, non orgogliosi forse, ma meno soli. Così capita di riconoscersi in un noi, in quel dramma rappresentato dal vivere lungo l'anonima Statale 12, tra gente 'sazia e disperata' come disse il bolognese Biffi. O, per dirla proprio con il reggiano Zucchero, tra santi traditori e peccatori dell'anno ottantamila.
Con sullo sfondo la faccia da mangiafuoco buono di Luciano Pavarotti. Che, beato lui, come un Gesù obeso e ripulito dal divino, perdona davvero tutti senza benedire nessuno. Ma chiedendo di essere benedetto.